24 novembre 2016

And the winner is... Davide Bonadonna!



Congratulazioni al nostro sempre eccellente Davide Bonadonna per aver vinto il primo premio della ottava edizione del Premio Internazionale sull'Illustrazione Scientifica dei Dinosauri, patrocinato dalla Fundación para el estudio de los dinosaurios en Castilla y León.

22 ottobre 2016

Un bonebed di Avimimus



Funston et al. (2016) descrivono un bonebed dalla Formazione Nemegt della Mongolia meridionale, composta da elementi in larga parte disarticolati. Il bonebed fu scoperto nel 2006 ed era, al momento della scoperta, già stato depredato da cercatori illegali di fossili. La grande maggioranza degli elementi presenti ancora nel bonebed (il 90%) è riferibile ad Avimimus, che è rappresentato da un numero minimo di 18 individui, stima basata sulle 33 tibie rinvenute. Aspetto interessante dell’associazione è che tutti gli individui sono riferibili a stadi di crescita subadulto o adulto, senza rappresentanza di immaturi. Siccome nel bonebed sono presenti ossa di animali di piccole dimensioni (come mammiferi), l’assenza di Avimimus giovani non è da imputare a fattori fisici che selezionarono le dimensioni delle ossa nel sito. Siccome esistono altri casi di associazioni monospecifiche a dinosauri segregate in base allo stadio di crescita, questo sito conferma che nei dinosauri mesozoici è frequente la segregazione in gruppi omogenei per fasce di età.
Le ossa di Avimimus da questo nuovo sito aggiungono informazioni sull’anatomia di questo theropode: il premascellare è corto e privo di denti, con crenulazioni sul margine orale. I nasali sono fusi, corti e con una forma vagamente “ad ancora”. Il dentale è di forma intermedia tra quello di Caudipteryx e quelli dei caenagnathoidi. Il muso di Avimimus era quindi molto corto, come nella maggioranza degli oviraptorosauri. Il complesso del tetto cranico e della scatola cranica è ampiamente ossificato, con la maggioranza delle suture obliterate.
Aggiornato su questi nuovi dati, Avimimus in Megamatrice risulta sister-taxon del nodo Oviraptoridae + Caenagnathidae.

Bibliografia:
Funston, G. F. et al. 2016. The first oviraptorosaur (Dinosauria: Theropoda) bonebed: evidence of gregarious behaviour in a maniraptoran theropod. Scientific Reports 6, 35782.

07 ottobre 2016

Il mio abelisauro è più grosso del tuo


Forse abbiamo sforato di poco...


Mi rammarico del poco tempo che posso dedicare al blog in questo periodo. Vari impegni, alcuni dei quali saranno ampiamente raccontati sullo stesso blog, si prendono necessariamente tempo ed energie che avrei dedicato volentieri a scrivere qui.
Un tema al quale ho dedicato molti post in passato è quello relativo alle stime dimensionali dei theropodi, ed all’abuso che queste stime hanno subìto divenendo feticci per insostenibili discussioni sulla lana caprina che cresce nel mento degli angeli. Eppure, nonostante l’abbondante mistificazione online, le stime dimensionali sono strumenti utili, se usate con saggezza e moderazione.
In passato, ho spesso parlato delle stime dimensionali per Spinosaurus. In quei post, ho rimarcato come molte stime ipertrofiche di quel taxon derivassero da una grossolana estrapolazione di alcune caratteristiche corporee di questo taxon così inusuale, in particolare la dimensione del cranio deducibile da alcuni esemplari parziali noti esclusivamente per la regione preorbitale. Se, come ritengo sia corretto, Spinosaurus avesse avuto un muso molto allungato per gli standard theropodi, ne concludiamo che qualsiasi stima delle dimensioni dell’animale basate sul suo muso tenderanno ad essere eccessivamente grandi. Tenete a mente questo ultimo ragionamento.

Recentemente, Grillo e Delcourt (2016) hanno pubblicato uno studio nel quale confrontano gli esemplari noti di Abelisauroidea, e producono una serie di metodi per ottenere stime uniformi delle dimensioni corporee da usare come metro di comparazione. Le conseguenze del loro studio sono una serie di equazioni che stimano le dimensioni dei vari abelisauroidi in funzione di differenti elementi ossei. Questo approccio è utile per i casi in cui due taxa non siano preservati nelle medesime parti corporee. Ad esempio, come possiamo confrontare Abelisaurus, noto solo dal cranio, con Xenotarsosaurus, noto solo da elementi della gamba?
Le analisi di Grillo e Delcourt (2016) sanciscono quale sia il più grande abelisauride noto.
No, non è Carnotaurus. No, non è Ekrixinatosaurus. E non è nemmeno Abelisaurus.
Il più grande abelisauride noto è risultato essere l’olotipo di Pycnonemosaurus.

Pycnonemosaurus è noto da resti frammentari: alcune vertebre caudali ed una tibia sono le parti meglio conservate. Ammetto che prima di vedere l’immagine che confronta le caudali e la tibia di Pycnonemosaurus con quelle degli altri abelisauridi, non avrei scommesso su questo risultato.
Eppure, confrontato con gli altri taxa, questo abelisauride brasiliano è effettivamente il più massiccio. Usando le formule da loro sviluppate, Grillo e Delcourt (2016) stimano la lunghezza di quel esemplare in quasi 9 metri. Per confronto, gli olotipi di Carnotaurus, Abelisaurus ed Ekrixinatosaurus sono stimati essere lunghi circa un metro in meno. Grillo e Delcourt (2016) menzionano il femore marocchino descritto di recente da Chiarenza e Cau (2016), che noi interpretammo come appartenente ad un grande abelisauride di dimensioni comparabili a quelle di Carnotaurus ed Ekrixinatosaurus. Purtroppo, le loro formule non includono misure che siano ricavabili dall’esemplare marocchino, tuttavia, siccome il femore in questione ha la stessa ampiezza alla diafisi di Ekrixinatosaurus, si può ragionevolmente ipotizzare che anche quel animale fosse lungo circa 8 metri.

Aldilà delle misure ottenute per i singoli esemplari e taxa, è molto interessante l’approccio metodologico seguito da Grillo e Delcourt (2016). Invece di proporre una singola formula per un singolo elemento “chiave”, essi producono numerose formule per varie parti del corpo, dalle quali poi ricavare una distribuzione di misure, all’interno delle quali stimare la dimensione dell’animale.
Quale è il vantaggio di questo approccio? Oltre a quello, accennato prima, di permettere di avere formule anche per animali noti da poche ossa, esso permette di ridurre il rischio di stime “esagerate” basate su elementi ossei anomali. Ad esempio, gli autori notano che usando le varie formule ottenute dal loro metodo, la lunghezza corporea di Abelisaurus risulta essere compresa tra 6.7 e 8.1 metri quando utilizzano alcune misure di parti pre-antorbitali del cranio (lunghezza della zona iugale, lunghezza del tetto cranio e altezza dell’orbita) mentre se utilizzano la lunghezza dell’intero cranio, l’animale risulta avere la improbabile lunghezza corporea di 38 metri! Ovviamente, questo ultimo valore è del tutto ridicolo e va scartato. Ma cosa ci può dire, in generale sulla metodica di stima corporea? Innanzitutto, che la lunghezza nota di quel cranio (che è in buona parte ricostruito) è probabilmente sbagliata, ma anche che – qualora fosse una misura corretta - la lunghezza della testa in questo animale è probabilmente fuorviante per stimare la sua dimensione corporea totale. Infatti, il fatto che tutte le altre stime su elementi “conservativi” della zona posteriore del cranio concordino verso un valore attorno a 7.4 metri, mentre la stima ottenuta includendo anche il muso risulti molto lontana da quel valore, dimostra che utilizzare il muso come unico elemento per stimare le dimensioni di un theropode può condurre a eccessive estrapolazioni. Utilizzando molte stime da elementi disparati del corpo, e poi valutando la distribuzione di questi valori, è quindi un modo saggio di stimare le dimensioni di un animale estinto frammentario.

Bibliografia:
Chiarenza, A. A., and Cau, A. (2016). A large abelisaurid (Dinosauria, Theropoda) from Morocco
and comments on the Cenomanian theropods from North Africa. PeerJ, 4, e1754.
Grillo, O.N., Delcourt, R., Allometry and body length of abelisauroid theropods: Pycnonemosaurus nevesi is the new king, Cretaceous Research (2016), doi: 10.1016/j.cretres.2016.09.001.

11 settembre 2016

A caccia di dinosauri ai margini del Sahara

Pubblicizzo questo evento che terrò sabato 29 Ottobre a Cento (Ferrara).
Se sarete in zona, non dovrete mancare.


03 settembre 2016

Wiehenvenator e la distribuzione dei theropodi giurassici



Elementi noti di Wiehenvenator (da Rauhut et al. 2016).
Rauhut et al. (2016) descrivono i resti parziali di un grosso theropode (lunghezza stimata attorno a 8 metri) dal Calloviano (Giurassico Medio) della Germania settentrionale, ed istituiscono Wiehenvenator albati.
L’olotipo ed unico esemplare di Wiehenvenator include parte del cranio (premascellare, mascellare, lacrimale, postorbitale, dentale e alcuni altri frammenti), alcune coste dorsali, una falange, alcune vertebre caudali intermedie, la fibula e parte dei tarsali prossimali.
Rauhut et al. (2016) includono Wiehenvenator in una versione modificata della analisi di Carrano et al. (2012) sui tetanuri e ottengono, tra le altre cose, il nuovo theropode tra i megalosauridi megalosaurini, sister taxon di Torvosaurus. Immesso in Megamatrice, invece, il nuovo theropode tedesco forma una irrisolta politomia con Megalosaurinae ed Eustreptospondylinae.
Aldilà di queste differenze topologiche, che sono suscettibili di revisione (attendo la pubblicazione della matrice utilizzata da Rauhut et al. 2016 per meglio comparare i caratteri usati), lo studio è molto interessante perché confronta le varie faune e theropodi del Giurassico. In particolare, emerge una abbondanza di megalosauridi nel Giurassico Medio europeo. Gli autori ritengono che queste abbondanza sia in parte un artefatto di campionamento. In particolare, è significativo che siano poche le località di confronto tra i veri continenti che abbiano età sovrapponibili, che le diverse aree geografiche abbiano sovente differenti livelli corrispondenti a diversi ambienti deposizionali (ad esempio, in Europa abbondano le formazioni costiere e marine, dato che per buona parte del periodo essa fu un arcipelago, mentre sono meno abbondanti le formazioni di ambienti più interni) e spicca l’anomalia nordamericana, praticamente priva di theropodi del Giurassico Medio e con il monopolio della Formazione Morrison nel Giurassico Superiore. Tutti questi fattori devono quindi metterci in allerta a non leggere le distribuzioni note dei theropodi giurassici “alla lettera” come se fossero una fotografia incorrotta di quel periodo.

Bibliografia:
Oliver W.M. Rauhut, Tom R. Hübner, and Klaus-Peter Lanser. 2016. A new megalosaurid theropod dinosaur from the late Middle Jurassic (Callovian) of north-western Germany: implications for theropod evolution and faunal turnover in the Jurassic. Palaeontologia Electronica 19.2.29A:1-65.

02 settembre 2016

Cosa ci insegna Machimosaurus rex su Spinosaurus aegyptiacus



Stime dei maggiori teleosauridi da Young et al. (2016). Indovinate quale è M. rex...
In uno studio pubblicato oggi Young et al. (2016) analizzano le dimensioni e proporzioni corporee dei coccodrilli teleosauridi (il clade che comprende, come suo massimo rappresentante, il “mio” Machimosaurus rex), e propongono una serie di metodi per stimare le dimensioni corporee di questi animali qualora (come nel caso di M. rex) non si disponga di uno scheletro completo. Lo studio ha delle implicazioni generali che, a mio avviso, possono aiutarci a capire Spinosaurus.

Young et al. (2016) partono dagli esemplari di teleosauridi noti per scheletri completi, e calcolano la relazione che esiste tra lunghezza del corpo, lunghezza del cranio e lunghezza del femore. Gli autori concludono che il femore è il migliore elemento per stimare le dimensioni del corpo, mentre il cranio tende ad avere una maggiora disparità tra i vari teleosauridi. In generale, comunque, entrambe le stime dimensionali ottenute da femore e cranio concordano nel concludere che tutte le stime proposte finora per le dimensioni dei teleosauridi erano eccessivamente grandi. Ovvero, risulta che rispetto ai coccodrilli odierni (usati spesso come riferimento generico per i taxa fossili), i teleosauridi hanno in proporzione teste più grandi e femori più corti.
Usando le nuove formule ricavate da Young et al. (2016) risulta che Machimosaurus rex era lungo 7.2 metri, e non 9.6 come avevamo stimato nel nostro studio. La causa di questa significativa differenza è dovuta ad un errore presente nella pubblicazione dalla quale noi avevamo ricavato la lunghezza di Machimosaurus mosae (il cui cranio è lungo il 60% di quello di M. rex): in quello studio, M. mosae è indicato come lungo 6 metri. In realtà, l’esemplare è lungo 5 metri.
In ogni caso, non preoccupatevi: Machimosaurus rex resta comunque sempre il più grande teleosauride ed il massimo coccodrillo prima della comparsa di Sarcosuchus!
A questo proposito, nasce il sospetto che qualora si ri-studi Sarcosuchus secondo questi criteri più rigorosi di stime dimensionali, anche le sue enormi dimensioni potrebbero essere ridimensionate.

Perché ho menzionato Spinosaurus?
Lo studio di Young et al. (2016) ci dice che i teleosauridi furono “sovrastimati” perché le loro dimensioni corporee furono determinate usando altri coccodrilli, “meno acquatici” dei teleosauridi, come riferimento. Lo studio ha evidenziato che in questi coccodrilli lagunari e marini, la testa è più grande e la gamba è più corta rispetto ai loro cugini “più terricoli”. In generale, infatti, i gruppi di vertebrati terrestri che “tornano” in acqua spesso tendono ad allungare la testa e ad accorciare le gambe. Pensate agli ippopotami ed ai cetacei basali, rispetto agli altri ungulati.
Spinosaurus probabilmente segue il medesimo trend. Difatti, è ormai assodato che il suo arto posteriore è relativamente ridotto rispetto al corpo, e che (almeno basandoci sul muso) esso aveva un cranio più allungato rispetto agli altri theropodi. Nasce quindi il ragionevole sospetto che tutte le stime fatte su Spinosaurus, usando i theropodi “di terraferma” come riferimento, tenderanno inevitabilmente a sovrastimare questo theropode qualora si usi la dimensione della testa come riferimento. Ovvero, che se la lezione di Machimosaurus rex è valida anche per Spinosaurus, esso era probabilmente più piccolo di quello che si è spesso ritenuto, e che – da bravo animale semiacquatico – esso avesse un cranio relativamente più grande e gambe più corte rispetto ai suoi parenti.
Spinosaurus non era quindi il super-gigante che molti hanno voluto vedere estrapolando le dimensioni del suo rostro?
Ma questa è una conclusione che chi segue questo blog da anni conosce molto bene…

Bibliografia:
Mark T. Young, Márton Rabi, Mark A. Bell, Davide Foffa, Lorna Steel, Sven Sachs, and Karin Peyer. 2016. Big-headed marine crocodyliforms and why we must be cautious when using extant species as body length proxies for long-extinct relatives. Palaeontologia Electronica 19.3.30A